R&W: Il Nome della Rosa – Prima parte

Pubblicato il 3 ottobre 2014 su “35mm.it”

(Nota: Come sempre, tutti i dati si riferiscono al periodo in cui è stato scritto l’articolo originale. Gli aggiornamenti sono a fine scheda)

Eccoci finalmente in Italia per parlare di un libro – e del relativo film – che è diventato un vero e proprio classico: il Nome della Rosa di Umberto Eco.

Storia affascinante. Gli elementi ci sono tutti: un monastero, una biblioteca misteriosa, l’ambientazione medievale (il romanzo narra gli accadimenti di soli sette giorni sul finire del 1327), una serie di omicidi e un investigatore sui generis, dall’intelligenza acuta e deduttiva.

Il libro è stato, ed è tutt’ora, un vero bestseller: 50 milioni di copie vendute in poco più di trent’anni (è stato pubblicato nel 1980 da Bompiani), tradotto in 40 lingue, Premio Strega nel 1981, inserito da Le Monde nella lista “I 100 libri del secolo”. Grande successo di critica e di pubblico.

È fuor di dubbio che il professor Eco sia persona colta e preparata. Nato nel 1932, si è laureato a soli 22 anni in filosofia all’Università di Torino. Ha lavorato alla RAI, è stato condirettore editoriale di Bompiani per 16 anni, nel 1961 ha iniziato la carriera universitaria, ottenendo la cattedra di Semiotica all’Università di Bologna nel 1975. Dal 2007 si è ritirato dall’insegnamento per raggiunti limiti d’età e dall’anno successivo è Professore Emerito sempre presso la stessa università.
Ha collaborato a riviste e giornali, come L’Espresso, Il Corriere della Sera, La Repubblica, il Manifesto e altri. Ha ricevuto 39 (sì, trentanove) lauree Honoris Causa da università sia europee che americane.

Umberto-Eco

Il Nome della Rosa è il suo primo romanzo, ma non la prima pubblicazione: aveva al suo attivo già un centinaio di saggi, scusate se è poco. Ha scritto anche cinque libri per l’infanzia.

Il romanzo è stato definito un “giallo storico” o anche un “giallo deduttivo”, alla Sherlock Holmes per intenderci, nonché “romanzo dalle molteplici interpretazioni”, a seconda del punto di vista del lettore.

Il Nome della Rosa è fitto di riferimenti espliciti o meno ad altri libri e autori:

  • Il personaggio principale, Guglielmo da Baskerville, pare sia un omaggio a Sir Arthur Conan Doyle (capostipite del genere giallo deduttivo) e al suo “Il Mastino di Baskerville”;
  • nella biblioteca del monastero, frate Guglielmo trova un libro di Umberto da Bologna, che altri non è se non lo stesso Eco;
  • il personaggio di Jorge da Burgos è un tributo allo scrittore argentino Jorge Louis Borges, anche lui cieco e autore di La Biblioteca di Babele, che ha ispirato vari elementi della storia di Eco;
  • Guglielmo cita il romanzo Il Segno del Quattro (ancora Conan Doyle) pronunciando la famosa frase di Sherlock Holmes “Quando hai eliminato l’impossibile, quel che resta – per quanto improbabile – deve essere la verità”.

A quanto pare neanche l’autore avrebbe mai immaginato un simile successo.
Citiamo testualmente:
“Si aspettava un successo di queste dimensioni?”
«Anche il più infimo poetastro, mentre scrive, spera che milioni di lettori citino a memoria le sue rime di cuore e amore. Comunque, la verità è che avevo in mente di darlo a Franco Maria Ricci per la sua Collana Blu. Di farne, dunque, un oggetto di nicchia. Poi, però, lo lesse il direttore editoriale della Bompiani di allora, Di Giuro. Fu entusiasta  e dichiarò: “Ne faccio 30.000 copie!”. Io pensai che fosse matto.»

Avviso a tutti gli scrittori in erba (me compresa): a voi non capiterà.

Un romanzo come questo, al giorno d’oggi, sarebbe stato distrutto da qualunque editor. Se non fosse stato scritto da Eco, ovviamente. È ampolloso, ridondante, con lunghe citazioni in latino (non tradotte), contorto, pieno di termini desueti o conosciuti da pochi. Ci sono pagine e pagine di descrizioni minuziose, pesantissime. In poche parole, è un mattone. Tra l’altro, lo stesso Eco ritiene migliori i suoi libri successivi, arrivando persino a dichiarare, in occasione del Festival del Libro di Torino del 2011 “Odio questo libro e spero che anche voi lo odiate”. (Nota 2018:  Io ho provato a leggere Il Pendolo di Foucault, ma è stato superiore alle mie forze; il Nome della Rosa mi è piaciuto, nonostante tutto. Bella trama. È necessario riuscire a superare il primo terzo del libro, poi ci si appassiona. Ma bisogna essere lettori intrepidi.)

Non mancano i detrattori convinti. In un’intervista del 7 giugno 2013, Giovanni Giraldi, filosofo e scrittore scomparso pochi giorni fa, parlando di Eco ha dichiarato:
“Se devo dare un giudizio spassionato, non lo considero nemmeno un buono scrittore, perché i suoi periodi sono troppo lunghi e per tanti altri motivi. Il suo libro ha avuto un successo mondiale anche perché è stato  molto reclamizzato grazie alla Bompiani che ha suonato la grancassa (…)”

Forse in queste frasi non manca un pizzico d’invidia. Una cosa un po’ alla Mozart e Salieri, se mi si passa il paragone.

FINE PRIMA PARTE

Segue

 

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